RESPONSABILITA’ DEL DATORE DI LAVORO PER CONTAGIO DA CORONAVIRUS

Tutti invocano un’apertura immediata delle attività produttive, ma, purtroppo, gran parte dell’imprenditoria italiana non conosce ancora bene quali siano le responsabilità, soprattutto di natura penale, che potrebbero scaturire in caso di un loro eventuale comportamento negligente.

Partiamo dal nostro Governo e dal “Decreto Cura Italia”, precisamente nella parte in cui definisce “il contagio da coronavirus”, in ambito lavorativo, come un “infortunio meritevole”. Questa precisazione contenuta nel suddetto provvedimento fa si che il contagio da coronavirus possa ricevere dall’istituto nazionale di previdenza sociale una idonea copertura assicurativa.

Quindi, viene fatto obbligo al datore di lavoro, durante qualsiasi processo produttivo, di adottare tutte le misure necessarie e sufficienti per prevenire il rischio contagio, soprattutto considerando il fatto che detto rischio, nei casi più gravi, potrebbe anche condurre alla morte il lavoratore.

Cosa succede al datore di lavoro che non adotta queste misure di prevenzione?

Appare evidente che il datore di lavoro, in mancanza, sarebbe potenzialmente esposto alla responsabilità penale per il reato di cui all’art. 590 c.p. ( lesioni personali colpose) oppure, nei casi più gravi, quelli che conducono alla morte del lavoratore, anche al reato di cui all’art. 589 c.p. (omicidio colposo), con tutte le conseguenti aggravanti che interverrebbero a suo carico per la violazione anche delle norme antinfortunistiche.

In particolare l’articolo 42 co. 2 del suddetto decreto prevede una copertura INAIL per coloro che contraggono il COVID 19 durante lo svolgimento della attività lavorativa. Il problema potrebbe sorgere, invece, nel caso di un contagio “in itinere” oppure nel caso in cui il virus venga contratto da coloro che svolgono un lavoro a distanza e non all’interno di una struttura aziendale. Tuttavia, sembra che l’istituto competente abbia compreso la copertura assicurativa anche per questo tipo di ipotesi, considerando, con la circolare n. 13 del 3 aprile 2020, che tutte le malattie infettive e parassitarie devono essere inquadrate nella categoria degli infortuni sul lavoro, per cui anche il COVID 19 dovrebbe subire la stessa sorte giuridica.

QUINDI SE IL COVID-19 VIENE QUALIFICATO COME UN INFORTUNIO SUL LAVORO, AUTOMATICAMENTE VIENE A CONFIGURARSI A CARICO DEL DATORE DI LAVORO UN PONTENZIALE PROFILO DI RESPONSABILITA’ PENALE SE, QUESTI, DOPO L’APERTURA DELL’AZIENDA NON HA ADOTTATO TUTTE LE MISURE E LE PRECAUZIONI NECESSARIE PER PREVENIRNE IL RISCHIO.

Se l’infezione subita dal lavoratore è riconducibile ad un’ipotesi di inosservanza delle misure antinfortunistiche previste dalla normativa vigente, il datore di lavoro risponderà dei reati di lesioni personali gravi o gravissime, di cui all’art. 590 c.p. (fatta eccezione per l’ipotesi di malattia lieve guaribile in meno di 40 giorni, in quanto il datore sarebbe perseguibile solo su querela di parte), oppure di omicidio colposo di cui all’art. 589 c.p. qualora ne consegua anche la morte.

Per comprendere meglio la questione in oggetto dobbiamo considerare anche altre disposizioni normative, quali il nostro codice civile, in materia di obblighi del datore di lavoro, e le disposizioni contenute nel D.Lgs n. 81/2008 (testo unico per la salute e la sicurezza sul lavoro).

Il suddetto testo unico, precisamente all’art 18, pone a carico del datore di lavoro alcuni obblighi specifici, tra i quali:

– fornire ai lavoratori i necessari e idonei dispositivi di protezione individuale;

– informare il più presto i lavoratori esposti al rischio di un pericolo grave e immediato circa il rischio stesso e le disposizioni prese o da prendere in materia di protezione;

– astenersi dal richiedere ai lavoratori di riprendere la loro attività in una situazione di lavoro in cui persiste un pericolo grave e immediato.

Nel medesimo testo l’ art. 271 precisa un ulteriore l’obbligo in capo al datore di lavoro che consiste nel saper valutare, durante lo svolgimento della sia attività produttiva, anche il rischio biologico.

L’ art. 2 co 2 del DPCM del 26 aprile del 2020 impone altresì che le imprese, le cui attività non sono sospese, di rispettare “i contenuti del protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus covid-19 negli ambienti di lavoro sottoscritto il 24 aprile 2020 fra il Governo e le parti sociali”. Pertanto, tra gli obblighi imposti all’imprenditore vi è anche quello di informare i propri dipendenti delle seguenti modalità: gestione degli ingressi e delle uscite in azienda, accesso dei fornitori esterni, di pulizia e di sanificazione degli ambienti lavorativi, precauzioni igieniche sanitarie da adottare durante lo svolgimento dell’attività produttiva, dei dispositivi di protezione individuale, di come organizzare la gestione degli spazi comuni, della sorveglianza sanitaria.

In definitiva, se il datore di lavoro, investito degli obblighi sopracitati, non si attiva per impedire il contagio da coronavirus, potrebbe profilarsi a suo carico una condotta omissiva penalmente rilevante ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 40 co 2 c.p., una volta provata però che vi sia un nesso di causalità tra la sua inerzia e l’evento-contagio.

Purtroppo per il lavoratore questo è tutt’altro che facile, considerando che l’INAIL con la circolare n. 13/2020 ha stabilito che la copertura assicurativa viene riconosciuta al lavoratore solo se la malattia viene contratta durante l’attività lavorativa e che l’onere probatorio viene posto a carico del lavoratore, fatta eccezione per alcune categorie professionali come ad esempio gli operatori sanitari, gli operatori dei front-office, i cassieri e gli addetti alle vendite/banconisti, per i quali INAIL ha introdotto una presunzione semplice di contagio. In questi casi specifici sussiste un’inversione dell’onere probatorio a carico del datore di lavoro.

A questo punto, dopo queste brevi considerazioni, non ci resta che appellarci al buon senso da parte di tutti, comportamento che dovrebbe sempre prevalere in situazioni di emergenza sanitaria come quella che stiamo vivendo in questo triste periodo.

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